mercoledì 7 aprile 2010

I figli di Giustino Parisse, i nostri figli.



Dopo il 6 aprile 2009 mi sono spesso domandata se qualcuno sentisse qualche responsabilità, non per ciò che era avvenuto, ma per quello che non era stato fatto, prima. 
Qualcuno, mi domandavo,  si sarà posto, pur nel dolore, il problema della responsabilità?
Io abito in provincia di Milano, sono lontana dall'Abruzzo e ho due figlie. Il sei aprile del duemilanove mi sono domandata cosa abbiamo sbagliato, perchè sapevo che qualcosa avevamo sbagliato, e come mai nessuno lo domandasse ad alta voce.
Poi, ho letto la lettera che Giustino Parisse ha scritto ieri ai suoi due figli, Domenico e Maria Paola, morti sotto le macerie della loro casa. L'ho letta quasi senza respirare, incredula.

"Io ho avuto la grande colpa di fidarmi di chi ci rassicurava, come voi vi siete fidati di me. Ma della vostra morte sono il primo colpevole: non cerco alibi o giustificazioni anche se mi aspetto anch’io che la giustizia degli uomini faccia chiarezza fino in fondo e stabilisca se prima del sisma ci siano state leggerezze, superficialità, incompetenze."

Giustino Parisse chiede conto a sè stesso, prima che agli altri e le sue parole sono una precisa assunzione di responsabilità. Nei confronti dei suoi figli, dei nostri figli.

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sabato 3 aprile 2010

Educare alla ricerca



"È soltanto possibile far risuonare dall’esterno dei segni che, se approfonditi dalla persona stessa, la aiutano a mettersi con autenticità di fronte a ciò che cerca. Il che vorrebbe dire, per quanto mi riguarda, che devo soprattutto aiutare a mettersi di fronte a quei segni esteriori che indicano il cammino di ricerca che ciascuno deve poi compiere interiormente."




Carlo Maria Martini

venerdì 2 aprile 2010

Le praterie e i caminetti

"Il mondo intorno a noi sta cambiando.Siamo pronti a dare una mano. Ma basta coi caminetti. Parliamo di praterie"
Con poche parole semplici  Matteo Renzi ha avuto ieri il coraggio di lanciare un messaggio a nome delle nuove generazioni.

L'anno scorso avevo parlato di Matteo Renzi qui, portandolo come esempio dei giovani in politica.
Nel corso dell'ultimo anno  abbiamo avuto modo di conoscerne altri:  Roberto Cota, Debora Serracchiani, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giuseppe Civati,  loro parlano una lingua nuova.

"Noi abbiamo la forza, la determinazione e la serenità per non farci intimorire" è il commento di Cota agli episodi di violenza la vigilia elettorale e Debora Serracchiani spiega i motivi del voto regionale dicendo: "Ci sono più spazi da conquistare che disillusioni da lasciarsi alle spalle".
"Noi siamo un Parlamento e non un museo dove conservare oggetti ammuffiti" dice Matteo Salvini, mentre Giorgia Meloni parla dei giovani "Si racconta solo il lato buio dei nostri ragazzi, l’alcool, la droga, non il talento, il sacrificio."
Giuseppe Civati, dopo la vittoria, scrive sul suo blog con grande semplicità: "Ho ricevuto centinaia di messaggi e di chiamate. Molti non mi hanno votato, né fatto votare, ma una volta eletti è decisamente più facile ricevere gli endorsement. Sulla rete serpeggiano candidature, nell'ordine, a: sindaco di Milano, segretario regionale, candidato premier. Forse è il caso di darsi una regolata. Ascoltate Trevor. Prima ci vuole la relazione, poi ci vuole il movimento, infine si trova il leader che la interpreti."

Loro parlano una lingua nuova,  e spiegano il loro pensiero, la loro visione del mondo. Un mondo che sin da ora non appartiene  a coloro che siedono davanti ai caminetti.
Un segnale per la politica, l'informazione, l'architettura, il giornalismo, la ricerca ed il mondo imprenditoriale, in fondo un segnale per tutti noi.